Ipazia, martire della libertà


La figura di Ipazia è stata celebrata in Italia con l'uscita di un film del cileno-spagnolo Alejandro Amenàbar dal titolo Agorà.
Il film su Ipazia martire della libertà, presentato l'anno precedente al festival di Cannes, inizialmente ostacolato, arrivò nelle sale italiane il 23 aprile 2010 solo grazie a una forte mobilitazione popolare sfociata in petizione on-line di 10 mila firme.


Matematica, astronoma e filosofa, martire della liberta' di pensiero, Ipazia fu uccisa e fatta a pezzi nel 415 d.C. ad Alessandria d'Egitto da un gruppo di cristiani fanatici e bigotti istigati dal vescovo Cirillo.


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Ipazia di Alessandria

"'Lo so, / per noi tutti che vi fummo insieme in quei tempi / Alessandria vibra ancora della sua febbre fina / e anche del suo un po´ frenetico deliquio ...'.
Così Sinesio di Cirene, dotto poeta e ragionatore alessandrino, ricorda la città della sua giovinezza.
La città dove si era consumata, fra la fine del IV secolo e l´inizio del V, nell´incendio della più grande biblioteca dell´Antichità, l´ultimo 'sogno della ragione greca': simbolicamente massacrata nel marzo del 414 nel corpo di Ipazia.
Essa fu matematica e filosofa neoplatonica, commentatrice di Platone e Plotino, Euclide, Archimede e Diofanto, inventrice del planisfero e dell´astrolabio - secondo quanto ci riportano le poche testimonianze giunte fino a noi. Perché della sua opera, come di quella del padre Teone, anche lui grande matematico, non c´è rimasto nulla.
Eppure quei frammenti bastano a testimoniare la fama e l´ammirazione di cui godeva questa donna, che in Alessandria teneva scuola di filosofia.
La sua uccisione, scrisse Gibbon in Storia del declino e della caduta dell'Impero romano (titolo originale in inglese The History of the Decline and Fall of the Roman Empire - nota popolarmente come The History), resta 'una macchia indelebile' sul cristianesimo.
Perché fu massacrata, pare, da una plebaglia fanatica ma eccitata alla vendetta, si dice, dal vescovo Cirillo.
Fu vittima quindi di un gioco per la conquista della supremazia politica sulla città di Alessandria: ma il delitto inaugurava, con l´epoca cristiana, l´orrore della violenza che invoca il nome di Dio invano - per la verità in tutti i luoghi e i tempi dove una religione diventa istituzione di potere terreno.
Era da poco in vigore l´editto di Teodosio, con il quale, nel 391, il cristianesimo era stato proclamato religione di stato.
Il Sinesio che ho citato è in realtà la voce di Mario Luzi, che nello splendido piccolo dramma Il libro di Ipazia, pubblicato nel 1978, fa dell´antico discepolo della filosofa alessandrina il testimone pensoso di un´epoca di trapasso, di tramonto e di nuova barbarie:
'Città davvero mutata, talvolta cerco di capire /se nel tuo ventre guasto e sfatto /si rimescola una nuova vita /o soltanto la dissipazione di tutto. /E non trovo risposta'.
E´ questa voce di poeta che prendiamo a guida di una possibile riflessione sull´impotenza della filosofia, della ricerca di ragioni e di luce anche per l´azione, quando essa lascia il suo 'luogo alto, dove annidare la mente' e scende sulla piazza.
Dove - come dice a Sinesio uno sconsolato amico - 'l´intimazione della verità è un´arte di oggi, /come la persuasione lo fu di ieri'.
Agora, appunto, si intitola il film su Ipazia del regista spagnolo Alejandro Amenábar, finalmente in arrivo anche da noi.
Si dice che sia 'un duro atto d´accusa contro tutti i fondamentalismi religiosi', tanto duro nei confronti del neonato potere temporale della chiesa da aver subito addirittura ostacoli e ritardi alla sua programmazione nel nostro Paese.
Vedremo: in attesa, può ben essere la splendida figura di questo vescovo perplesso a guidarci nella riflessione. 'Il suo destino sembra esitare incerto sopra di lui'.
Sinesio, neoplatonico lui stesso, fu davvero in seguito eletto vescovo di Cirene: quando ancora era indeciso fra i due mondi, ancora perduto nel sogno dell´armonia fra la ragione che governa le cose terrene e il soffio sottile di quelle divine.
In un tempo in cui, invece - proprio come nel nostro - 'la sorte della città è precaria / esige risoluzioni forti, parole chiare all´istante. / Occorrono idee brevi e decise - oppure cinismo'.
Ipazia poi è diventata simbolo di molte cose. Il contrasto fra gli Elementi di Euclide e la Bibbia, ad esempio - 'le due summae del pensiero matematico greco e della mitologia ebraico cristiana', come scrisse Odifreddi. Oppure la possibilità provata che anche le donne sappiano pensare, ed eccellere addirittura nelle scienze matematiche: e se guardate in rete troverete ancora parecchie, un po´ incongrue, difese del pensiero 'al femminile' condotte in suo nome (mentre parrebbe difficile dare un sesso alla geometria euclidea).
Ma noi ancora per un poco preferiamo farci guidare, prima ancora che dalla voce di Sinesio, da quella del poeta che lo anima.
Mario Luzi ci accompagna fino nella più segreta stanza notturna di Ipazia, dove questa donna che 'vede lontano', lontano al punto che 'una luce d´aurora' promana da 'quei discorsi accesi da un fuoco di crepuscolo' - conduce la sua ultima conversazione con Dio. 'Sono come sei tu. Perché io sono te. / Te e altro da te'. E´ colta di sorpresa, Ipazia: e oppone resistenza: "Perché ti manifesti ora? Sono stanca/e mi credevo compiuta." Terribile la risposta: 'Non lo sei ancora. C´è tutta l´enorme distesa del diverso, / del brutale, del violento / contrario alla geometria del tuo pensiero / che devi veramente intendere'. Che devi veramente intendere: Ipazia così, nella perfetta fedeltà al suo essere, che è amore del vero, filosofia, ricerca, Ipazia alla cui parola 'si addice la temperatura del fuoco' si avvia verso quello che già intravede come l´estremo sacrificio.
'Non c´è ritirata possibile, Sinesio. / Qualcuno ci ha dato ascolto, in molti hanno creduto / nella forza redentrice della nostra voce di scienza e di ragione. / Dobbiamo deflettere a lasciarli al loro disinganno?'.
E ancora, il poeta dà voce alla speranza che infine è quella di tutti noi, degli sconfitti: 'La nostra causa è perduta, e questo lo so bene. / Ma dopo? Che sappiamo del poi? / Il frutto scoppiato dissemina i suoi grani'.
Ma non c´è scampo. Ipazia viene trascinata in una chiesa, e fatta a pezzi. 'Così finisce il sogno della ragione ellenica. / Così, sul pavimento di Cristo'.
Ecco: Ipazia e la sua Idea sono emblemi di un tale spessore, di una tale profondità intellettuale e spirituale, e di un modo d´essere fatto di luminosa intransigenza (così diverso da quello di Luzi, benché altrettanto preso nel sentimento dell´assoluto), che fantastico a volte potesse trattarsi di una figura capace di incarnare una vera alternativa - in quegli anni - alla dialettica indulgenza di "Sinesio".
Cioè di Luzi.
Un ultimo sconsolato lume di intelligenza illumina una scena che si restringe paurosamente dopo questa tragedia.
Alessandria è un ricordo lontano, e anche l´urto dei mondi, la trasvalutazione dei valori lo sono.
La scena si chiude su una Cirene rimpicciolita fino a coincidere proprio con quella tanto piccola e meschina che è la nostra di oggi: 'Spesso me lo ripeto: / senza un´idea di sé / da dare o da difendere / non si regna, si scivola a intrighi di taverna'."
(da Roberta De Monticelli, Ipazia, la donna che sfidò la Chiesa, "La Repubblica", 09/04/'10)




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Vita di Ipazia - Dalla Vita di Isidoro di Damascio, riprodotta nel Suda

Damascio (480-550), pagano, fu filosofo neoplatonico, ultimo direttore della Accademia di Atene, soppressa dall'imperatore Giustiniano nel 529.
"Ipazia nacque ad Alessandria dove fu allevata ed istruita. Poichè aveva più intelligenza del padre, non fu soddisfatta dalla sua conoscenza delle scienze matematiche e volle dedicarsi anche allo studio della filosofia.
La donna era solita indossare il mantello del filosofo ed andare nel centro della città.
Commentava pubblicamente Platone, Aristotele, o i lavori di qualche altro filosofo per tutti coloro che desiderassero ascoltarla.
Oltre alla sua esperienza nell'insegnare riuscì a elevarsi al vertice della virtù civica.
Fu giusta e casta e rimase sempre vergine.
Lei era così bella e ben fatta che uno dei suoi studenti si innamorò di lei, non fu capace di controllarsi e le mostrò apertamente la sua infatuazione.
Alcuni narrano che Ipazia lo guarì dalla sua afflizione con l'aiuto della musica. Ma la storia della musica è inventata.
In realtà lei raggruppò stracci che erano stati macchiati durante il suo ciclo mestruale e li mostrò a lui come un segno della sua sporca discesa e disse, "Questo è ciò che tu ami, giovanotto, e non è bello!".
Alla brutta vista fu così colpito dalla vergogna e dallo stupore che esperimentò un cambiamento del cuore e diventò un uomo migliore.
Tale era Ipazia, così articolata ed eloquente nel parlare come prudente e civile nei suoi atti.
La città intera l'amò e l'adorò in modo straordinario, ma i potenti della città l'invidiarono, cosa che spesso è accaduta anche ad Atene.
Anche se la filosofia stessa è perita, il suo nome sembra ancora magnifico e venerabile agli uomini che esercitano il potere nello stato.
Così accadde che un giorno Cirillo, vescovo della setta di opposizione [il cristianesimo], passò presso la casa di Ipazia, e vide una grande folla di persone e di cavalli di fronte alla sua porta.
Alcuni stavano arrivando, alcuni partendo, ed altri sostavano.
Quando lui chiese perché c'era là una tale folla ed il motivo di tutto il clamore, gli fu detto dai seguaci della donna che era la casa di Ipazia il filosofo e che lei stava per salutarli.
Quando Cirillo seppe questo fu così colpito dalla invidia che cominciò immediatamente a progettare il suo assassinio e la forma più atroce di assassinio che potesse immaginare.
Quando Ipazia uscì dalla sua casa, secondo il suo costume, una folla di uomini spietati e feroci che non temono né la punizione divina né la vendetta umana la attaccò e la tagliò a pezzi, commettendo così un atto oltraggioso e disonorevole contro il loro paese d'origine.
L'Imperatore si adirò, e l'avrebbe vendicata se non fosse stato subornato da Aedesius.
Così l'Imperatore ritirò la punizione sopra la sua testa e la sua famiglia tramite i suoi discendenti pagò il prezzo.
La memoria di questi eventi ancora è vivida fra gli alessandrini".






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Vita di Ipazia - Dalla Historia Ecclesiastica di Socrate Scolastico

Socrate Scolastico (380-450), di religione cristiana, di professione avvocato, scrisse la Historia Ecclesiastica in sette libri.
"Ad Alessandria c'era una donna chiamata Ipazia, figlia del filosofo Teone, che ottenne tali successi nella letteratura e nella scienza da superare di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo.
Provenendo dalla scuola di Platone e di Plotino, lei spiegò i principi della filosofia ai suoi uditori, molti dei quali venivano da lontano per ascoltare le sue lezioni.
Facendo conto sulla padronanza di sé e sulla facilità di modi che aveva acquisito in conseguenza dello sviluppo della sua mente, non raramente apparve in pubblico davanti ai magistrati.
Né lei si sentì confusa nell'andare ad una riunione di uomini.
Tutti gli uomini, tenendo conto della sua dignità straordinaria e della sua virtù, l'ammiravano di più.
Fu vittima della gelosia politica che a quel tempo prevaleva.
Ipazia aveva avuto frequenti incontri con Oreste. Questo fatto fu interpretato calunniosamente dal popolino cristiano che pensò fosse lei ad impedire ad Oreste di riconciliarsi con il vescovo.
Alcuni di loro, perciò, spinti da uno zelo fiero e bigotto, sotto la guida di un lettore chiamato Pietro, le tesero un'imboscata mentre ritornava a casa.
La trassero fuori dalla sua carrozza e la portarono nella chiesa chiamata Caesareum, dove la spogliarono completamente e poi l'assassinarono con delle tegole.
Dopo avere fatto il suo corpo a pezzi, portarono i lembi strappati in un luogo chiamato Cinaron, e là li bruciarono.
Questo affare non portò il minimo obbrobrio a Cirillo, e neanche alla chiesa di Alessandria.
E certamente nulla può essere più lontano dallo spirito del cristianesimo che permettere massacri, violenze, ed azioni di quel genere.
Questo accadde nel mese di marzo durante la quaresima, nel quarto anno dell'episcopato di Cirillo, sotto il decimo consolato di Onorio ed il sesto di Teodosio".
Vita di Ipazia - Dalla Cronaca di Giovanni, vescovo cristiano di Nikiu
"In quei giorni apparve in Alessandria un filosofo femmina, una pagana chiamata Ipazia, che si dedicò completamente alla magia, agli astrolabi e agli strumenti di musica e che ingannò molte persone con stratagemmi satanici.
Il governatore della città l'onorò esageratamente perché lei l'aveva sedotto con le sue arti magiche.
Il governatore cessò di frequentare la chiesa come era stato suo costume.
Ad eccezione di una volta in circostanze pericolose.
E non solo fece questo, ma attrasse molti credenti a lei, ed egli stesso ricevette gli increduli in casa sua.
Un giorno in cui stavano facendo allegramente uno spettacolo teatrale con ballerini, il governatore della città pubblicò un editto riguardante gli spettacoli pubblici nella città di Alessandria.
Tutti gli abitanti della città erano riuniti nel teatro.
Cirillo, che era stato nominato patriarca dopo Teofilo, era ansioso di comprendere esattamente il contenuto dell'editto.
C'era un uomo chiamato Hierax, un cristiano che possedeva comprensione ed intelligenza e che era solito dileggiare i pagani.
Era un seguace affezionato all'illustre padre il patriarca ed obbediente ai suoi consigli.
Egli era anche molto versato nella fede cristiana.
Ora questo uomo si era recato al teatro per conoscere la natura dell'editto.
Ma quando gli ebrei lo videro nel teatro gridarono e dissero: 'Questo uomo non è venuto con buone intenzioni, ma solamente per provocare un baccano'.
Il prefetto Oreste fu scontento dei figli della santa chiesa, e Hierax fu afferrato e sottoposto pubblicamente a punizione nel teatro, sebbene fosse completamente senza colpa.
Cirillo si irritò con il governatore della città per questo fatto, ed anche perché aveva messo a morte Ammonio, un illustre monaco del convento di Pernodj, ed anche altri monaci.
Quando il magistrato principale della città venne informato, rivolse la parola agli ebrei come segue: 'Cessate le ostilità contro i cristiani'.
Ma essi rifiutarono di dare ascolto a quello che avevano sentito; si vantarono dell'appoggio del prefetto che era dalla loro parte, e così aggiunsero oltraggio a oltraggio e progettarono un massacro in modo infido.
Di notte posero in tutte le strade della città alcuni uomini, mentre altri gridavano e dicevano: 'La chiesa dell'apostolico Athanasius è in fiamme: corrano al soccorso tutti i cristiani'.
Ed i cristiani al sentire queste grida vennero fuori del tutto ignari della slealtà degli ebrei.
Quando i cristiani vennero avanti, gli ebrei sorsero e perfidamente massacrarono i cristiani e versarono il sangue di molti, sebbene fossero senza alcuna colpa.
Al mattino, quando i cristiani sopravvissuti sentirono del malvagio atto compiuto dagli ebrei contro di loro, si recarono dal patriarca.
Ed i cristiani si chiamarono a raccolta tutti insieme.
Marciarono in collera verso le sinagoghe degli ebrei e ne presero possesso, le purificarono e le convertirono in chiese. Una di esse venne dedicata a S. Giorgio.
Espulsero gli assassini ebrei dalla città.
Saccheggiarono tutte le loro proprietà e li derubarono completamente.
Il prefetto Oreste non fu in grado di portare loro alcun aiuto.
Poi una moltitudine di credenti in Dio si radunò sotto la guida di Pietro il magistrato, un credente in Gesù Cristo perfetto sotto tutti gli aspetti, e si misero alla ricerca della donna pagana che aveva ingannato le persone della città ed il prefetto con i suoi incantesimi.
Quando trovarono il luogo dove era, si diressero verso di lei e la trovarono seduta su un'alta sedia.
Avendola fatta scendere, la trascinarono e la portarono nella grande chiesa chiamata Caesarion.
Questo accadde nei giorni del digiuno.
Poi le lacerarono i vestiti e la trascinarono attraverso le strade della città finché lei morì.
E la portarono in un luogo chiamato Cinaron, e bruciarono il suo corpo.
E tutte le persone circondarono il patriarca Cirillo e lo chiamarono 'il nuovo Teofilo' perché aveva distrutto gli ultimi resti dell'idolatria nella città".
Ipazia - Cirillo di Alessandria



Ipazia, che sfidò la Chiesa in difesa della scienza
(tratto da un articolo di Mariateresa Fumagalli su l'unità)
Avvolta nel suo mantello Ipazia percorreva, libera e armata dalla ragione, le strade di Alessandria d’Egitto nel V secolo, parlando dell’Essere e del Bene, della inessenzialità delle cose materiali, della fragilità della vita, della bellezza della meditazione ai molti che la riconoscevano maestra di pensiero e di vita.
«Atena in un corpo di Afrodite» .
Era naturale che qualcuno si innamorasse di lei e Ipazia con un gesto da filosofa «cinica» per disilludere l’innamorato mostrava le sue vesti intime macchiate del sangue mestruale a indicare lo «squallore della vita» e la verità dell’amore che deve superare il corpo.
Cosa insegnava Ipazia ammirata anche dai suoi allievi cristiani?
In una città dove pagani, cristiani e ebrei convivevano non sempre in pace?
È quasi impossibile saperlo con certezza: degli scritti di Ipazia, matematica astronoma e filosofa soprattutto, seguace della scuola di Platone e di Plotino nella turbolenta Alessandria d’Egitto di quei secoli, nulla è rimasto.
Paradossalmente quasi tutto quel che sappiamo del suo insegnamento lo apprendiamo dal suo allievo cristiano Sinesio, divenuto in seguito vescovo, ma non per questo meno filosofo.
Sinesio la chiama «madre sorella e maestra» e nelle sue opere giovanili rispecchia probabilmente i temi del pensiero di Ipazia che si ispirava a sua volta a Plotino e, sembra, al suo allievo Porfirio.
Un altro cristiano (chiamato Socrate Scolastico per distinguerlo da quello antico, il maestro di Platone) scrive che Ipazia «con la magnifica libertà di parola e di azione che le veniva dalla sua cultura si presentava in modo saggio davanti ai capi della città e non si vergognava di stare in mezzo agli uomini perché a causa della sua straordinaria sapienza tutti la rispettavano profondamente…».
Dunque le cose erano un po’ più complicate di quel che appare nell’immagine convenzionale di Ipazia martire predestinata che in nome del libero pensiero e «in difesa della scienza sfida la chiesa».
Per prima cosa c’è da chiedersi «quale scienza e quale chiesa»?
La scienza e la filosofia insegnata da Ipazia e dai neoplatonici, erano saperi congeniali a una religione della salvezza fondata sui valori dello spirito come il cristianesimo.
Molti storici definiscono del resto la religione cristiana una forma di platonismo.
Quanto alla religione cristiana - oramai istituzionale, è vero, dopo gli editti di Costantino e Teodosio – la chiesa non era allora il corpo accentrato e potente che diverrà, e viveva conflitti interni violenti, divisa in nestoriani, ariani e altre sette.
Niente di paragonabile alla forza organizzata e al pensiero solido della chiesa romana di un millennio dopo ai tempi di Galileo (paragone certamente anacronistico ma irresistibile a quanto pare).
Da dove nasceva allora il conflitto che opponeva filosofi e cristiani? «La divisione non avveniva fra monoteismo e politeismo» (E.R. Doods) come siamo abituati a credere: sia i filosofi pagani che quelli cristiani (Clemente, Origene, Gregorio Nisseno) pensavano che Dio fosse incorporeo, immutabile e al di là del pensiero umano.
Per entrambi l’etica era «assimilazione a Dio»; si trattava tuttavia di sapienti che leggevano in parte gli stessi libri e assimilavano la virtù alla ragione.
Ma una differenza c’era: la filosofia neoplatonica parlava agli uomini colti, mentre il Vangelo si rivolgeva ai «semplici», notava il pagano Celsio con disprezzo e il cristiano Origene con orgoglio.
È in mezzo a questi «semplici» o «illetterati» che Ipazia trova i suoi nemici, cristiani che si rifugiavano per forza di cose nella fede cieca diventando strumento dei più fanatici come del resto aveva già notato ai suoi tempi, allarmato S. Gerolamo.
È una storia che si ripete.
La massa degli illetterati e dei diseredati non aveva difese contro la angoscia che invadeva le menti, agitava i sogni , annullava le speranze di quei tempi duri.
Alessandria, come e più di altre città di quei secoli, viveva in una situazione di incertezza materiale e politica, timore di guerre, perdita di identità, caduta del benessere, scomparsa del senso del bene comune, in una età segnata dall’angoscia.
Rancori profondi e paure indistinte armavano le mani di coloro che erano in grado solo di ubbidire alle voci più estreme ascoltando i suggerimenti di chi nutriva progetti personali di potere.
Una donna che andava sola per le vie annunciando la bellezza della filosofia, ossia la via della liberazione attiva dalle passioni e i modi della contemplazione, era il bersaglio naturale dell’odio che nasceva dalla paura.
Ipazia parlava in pubblico infrangendo antiche leggi scritte e non scritte , sconvolgeva pericolosamente le misere certezze che i capi suggerivano: insegnava a pensare, proprio lei, una donna, quell’essere che Aristotele aveva insegnato essere un uomo «diminuito» e inferiore… La politica aggiunse legna al fuoco: Cirillo vescovo di Alessandria, celebre teologo, nemico del governatore imperiale Oreste a sua volte vicino a Ipazia, ispirò o forse ordinò l’omicidio terribile della filosofa.
Nel 1882 Cirillo di Alessandria fu dichiarato da Leone XIII Santo e Dottore della Chiesa.